martedì 22 agosto 2017

Primera - Racconto

Foto di Ilaria Lombardi, 2016


1.
«Vien’ vié!»

Di solito Lui mi chiamava così, agitando su e giù la mano dopo aver già preso posizione da battaglia. Le afose giornate di lavoro al manicomio andavano avanti ormai da tre settimane, inframmezzate da poche ore d’aria riempite con panini caserecci, birra e un numero indefinito di partite a scopa.
Lui. Antonio Comparoni, detto ‘o Re d’Italia. Vocazione? Gioviale autoinvestitura? Macché. Quell’uomo dai grandi occhi verdi e dalla piccola corporatura era davvero convinto di essere Vittorio Emanuele II, con tanto di nobile stirpe e di onore al merito per l’unificazione del Belpaese!
Ora: ben sapendo che un individuo dal pregiato sangue blu non disdegnasse la compagnia di adulatori di ogni rango, è chiaro che anche il presunto Savoia volesse a tutti i costi che i pazienti della struttura rispettassero la sua posizione di privilegio. Con atteggiamento spavaldo e altezzoso raggruppava attorno a sé dei sudditi fedeli, un modo per costruire all’interno delle mura una struttura sociale piramidale che fosse riconosciuta anche dai membri che non ne facevano parte.

«Quattro e due, sei.»
«Mi vuoi fare fesso un’altra volta, dici la verità. Tu sei un furbo Lucarié, io lo so!»
«No, che fesso? Gioca, poi alla fine facciamo i conti.»
«E allora il sette di spade a me. Questo è buono per la primiera!»

Il personale del manicomio era vigile sulla situazione. Mentre giocavamo, i sudditi di Antonio si disponevano in cerchio attorno a noi mantenendo una distanza di riguardo dal tavolo.  Regnava un sostanziale silenzio, interrotto di tanto in tanto dagli schiocchi delle carte tra le nostre dita e dagli schiamazzi dei miei colleghi elettricisti, che consumavano il pranzo all’ombra dei grossi alberi presenti all’ingresso del parco.

«Cinque, tre e uno. Nove.»
«Ah, e hai sbagliato. Visto? Io mo’ prendo un altro sette come ultima carta.»
«Ma non vale la scopa all’ultimo…»
«E che me ne fotte? Io voglio la primiera. O ‘a primera, come dicevano gli spagnoli.»
«Allora io faccio carte a lungo, denari e una scopa. Tu sette oro e primiera. Tre a due per me.»
«Buono.»
«Come buono? Stai perdendo!»
«E allora? Preferisco.»
«Perché? Fammi capire.»
«Perché sì. Li vedi tutti questi attorno? Mi fanno sempre vincere. ‘O rispetto, pensano. E pure con le infermiere: vinco, vinco e vinco. Vinco a ripetizione, sai perché? Sempre ‘o rispetto. Ma addo’ sta ‘sto rispetto, dico io? Certe volte mi fanno sentire comme ‘nu scemo!»
«E io no?»
«Tu no. Perciò mi diverto assai. A te non interessa chi sono o che faccio. Se stiamo giocando, tu fai ‘a parte toja senza esitare, senza differenze. Almeno per qualche minuto, je pe’ te so’ una persona tale e quale alle altre.» 


2.
«Lucarié, me la togli una curiosità?»
«Dici. Asso e asso.»
«Io… come dire? È un po’ di tempo che sei rimasto solo. I lavori dell’Enel so’ finiti da un pezzo, eppure tu continui a venire. Ti ha mandato il direttore?»
«No, no… io vengo per farti compagnia. Nient’altro.»
«Lucariello, Lucariello… vorrei poter dire: ah, che bella persona! Che caro amico! Invece no, perché so il fatto mio fin troppo bene. Il direttore vuole sapere per forza di Rinaldi, nonostante gli abbia detto più volte che non so niente!»
«Figurati, si chiamava Rinaldi? Non lo sapevo nemmeno.»
«E allora come fai a sapere di cosa parlo? Io poi ti capisco, ‘o ssaje? ‘E sord’ so’ sord’! Se ti hanno promesso qualcosa in cambio,  tu devi stare qua. Per farmi cantare.»
«Scopa!»
«E vinci pure. Guagliò, fidati di me. Nessuno tra noi sa di Rinaldi.»

Avrei dovuto credergli? Qualcosa nella sua espressione facciale mi diceva che era tutto uno scherzo. Antonio, i sudditi, la loro cerchia. Sapevano di più, era evidente. Troppe domande sull’accaduto non erano consentite, non se il rischio di farlo innervosire e perdere quel filo conduttore che ci legava era concreto. Privarsi di quella confidenza era vietato: aveva scelto me come compagno di giochi e dovevo sfruttare la situazione al meglio. Lo dovevo a me stesso, al detenuto scomparso e sì, anche al cospicuo bonus economico messo in palio dal direttore della struttura.

«Primiera e denari a te. Sette oro, carte a lungo e due scope a me. Sette a quattro, la prossima può essere l’ultima.»


3.
«Popolo, guardate un po’ chi ce sta!»
«’O Lucariello!» gridavano in coro i sudditi.
«E come mai sei tornato? Aaaah, aspetta. Te lo dico io. Hanno trovato Rinaldi.»
«Nelle ventole di areazione» confermai. «Il che è strano… L’entrata è protetta da una griglia, impossibile da spostare a meno che non si abbia la chiave del lucchetto che la tiene ferma.»

Rinaldi era stato trovato nel vano retrostante alle ventole. O meglio, ne avevano trovati i resti. Il corpo era stato maciullato con violenza dalle eliche taglienti e i pezzi sparsi del fu Rinaldi giacevano sul pavimento appiccicoso sul quale era colato il sangue ormai secco. 

«Fammi capire: dove sta scritto che la chiave la teniamo noi?»
«Embé, ma quante domande? Io sono venuto solo per farmi una partita con un amico.»
«Accomodati. Prego, prego.»

Fu una partita meno accesa del previsto. Antonio, come al solito, continuò a giocare più per accaparrarsi la primiera che la vittoria. La sua era una sorta di imposizione morale: a costo di lasciare carte preziose nelle grinfie dell’avversario, l’importante era totalizzare il punteggio necessario ad aggiudicarsi l’ambito premio.

«E quindi alla fine hai vinto tu, Lucarié. Bravo. Undici a otto.»
«No. È dodici a sette, controlla bene. Stavolta la primiera l’ho fatta io.»

Era vero. Gliel’avevo strappata. Avevo vinto portandogli via il suo punto preferito! Questo perché pensai fosse giusto andar via dalla nostra ultima partita così e perché, lo ammetto, il suo nuovo atteggiamento provocatorio mi aveva davvero stancato.

«E che modi sono? Che affronto, che insulto!»
«È un gioco Antò. Poteva succedere.»
«Per te sono Sua Maestà, grazie.»
«Ah. E perché?»
«Perché chist è 'nu dispetto. Che vuo’ sapé da me? Jamme! Vuoi sapere della chiave? Non ce l’ho!»
«Ant… cioè, Sua Maestà. Non fate accussì…»
«E come devo fare? Me lo dici? Basta, è finito il gioco.»
«Me ne vado?»
«Vattenne va’.»

Mi alzai raccogliendo le mie cose. Ero di spalle, intento ad abbandonare in fretta il luogo dove c’eravamo conosciuti. Gli negai lo sguardo per tutto il tempo, ma all'improvviso fui costretto ad arrestare il passo e fermarmi. Avevo udito queste parole: «So’ stato io. Anzi, nuje.»

Era una confessione. Una verità che pesava come un macigno. Ancora oggi mi domando il perché me l'avesse detto così: forse si trattava della sua rivincita per la sottrazione della primiera? Di un modo alquanto bizzarro e inquietante per dire “non te ne vai dal mio regno vincitore e tranquillo”? Una cosa era certa: voleva portarmi con lui nel baratro. Risposi.

«In che senso tu?»
«Rinaldi ce l’abbiamo messo noi là dentro. Senza chiave. Se ci pensi, un modo c’è.»
«Un modo? Ma veramente no...»
«Sì che c’è. Ce vo’ ‘nu poco ‘e fantasia. Intero non ci andava, perciò bisognava prepararlo per bene. Tanto poi avrebbero dato la colpa alle ventole. Ti pare che uno controlla da dove vengono i pezzi di quello schifo? Taglia, tà... taglia, tà.»

Immaginai la scena assistendo al suo inquietante gesticolare. Vomitai.

«M-ma… Che… perché?»
«Azz, perché? Chill’omm ‘e merda ha mangiato prima di me alla mensa! Ci voleva una punizione.»
«Cioè... tu hai fatto tutto questo solo per...»
«Non è solo!» mi interruppe gridando. «Se mangi prima di me, non sei suddito. Ti trovi? Poteva benissimo aspettare che fossi servito anch’io.»
«M-ma… Ma… Guardie! Aiuto! Aiuto! Chiamate il direttore!»
«Shhh, e statte 'nu poco zitt! Tranquillo. Mo’ arriva il pezzo grosso, il direttore amico tuo. Infame! Spia! Avanti, forza! Digli tutto! Te ne vai a casa con qualcosa di buono, la porti a tua moglie!»

Mi sentì perso. Scuotevo la testa fissando un punto cieco nel prato, mentre le guardie accorrevano facendosi largo tra i sudditi con la forza. Antonio mantenne una certa calma.

«Lucarié, l’ho fatto perché non c’era niente di meglio da fare.»
«N-Noia?»
«Può darsi. Chiammame mostro, assassino, pazzo. Ormai è fatta.»

Le guardie strattonarono Antonio bloccandogli i movimenti. Lui oppose debole resistenza, dopodiché mi sorrise e beffandosi di tutti disse: «Vuo' sapé che cosa ne sarà di me? Guarda qua! Sempre la solita storia! Arriva il direttore, scopre tutto e le guardie s’incazzano. E poi? Che altro mi fanno? Mi rinchiudono in un manicomio?»




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