martedì 7 aprile 2020

Gluttony - Racconto


Prologo

C’era una volta, nel lontano regno di Rugasia, un piccolo villaggio di contadini felici, nei cui campi cresceva un dolcissimo e miracoloso zucchero magico.

Le torte, i biscotti, le casette con mura di marzapane e le finestre di cioccolato, riempivano la vita di queste persone semplici, alle quali bastava addentare una sola di quelle squisitezze, per rinnovare la gioia di vivere e la voglia di lavorare per il bene della comunità.
Dall’alba al tramonto, i contadini si davano sempre un gran da fare, interrompendo di tanto in tanto l’efficace armonia produttiva con le tradizionali pause pasticcino, durante le quali potevano assaporare le nuove e incredibili creazioni della signorina Maia.

Maestra indiscussa dell’arte dolciaria, quest'ultima era solita preparare la sua gustosa Torta-vis a base di Supercioccolato per ogni festa o celebrazione stagionale, saziando tutti i presenti fino allo sfinimento e facendoli crollare, appisolati e felici, quando giungeva la notte.
L’usanza andava avanti ormai da secoli. La giovane Maia l’aveva ereditata da suo padre, che a sua volta l’aveva ereditata da sua madre, che aveva mantenuto il retaggio familiare delle generazioni precedenti.

Anche quell’anno, tutto sembrava filar liscio e sereno come al solito, ma poi, durante una delle festività legate alla raccolta dello zucchero, accadde una cosa terribile.
Dopo aver banchettato in grande abbondanza con vino rosso e carni, tutto il villaggio s’era riunito nel piazzale sterrato per il taglio del dolce speciale, con i presenti che, alla vista della grossa Torta-vis di raggio pari alle dimensioni di un uomo adulto, furono colti da una trepidante attesa.
Coltello alla mano, Maia era pronta a dividere la sua torta in parti uguali quando, di colpo, arrestò il proprio movimento lasciando il braccio sospeso a mezz’aria.
Dai confini del villaggio, appena fuori dalla foresta di pini, s’era udita una voce sconosciuta, rude e possente.

«Voi cosa mangiate?» 

Era la voce di un gigante.

Quell’omone peloso e titanico, alto circa venti metri, avanzò portando in spalla un’enorme sacca da viaggio, lamentandosene a più riprese. Provato dalla stanchezza, la gettò a terra, facendo tremare il suolo circostante, e lanciò una reboante imprecazione. Dopodiché, adocchiò la Torta-vis. 

«Ahi ahi, ahi ahi… che fame!»

Ai presenti venne subito a mente la notizia di cronaca riportata sull’Eco della Valle Felice: la tribù dei giganti, qualche giorno addietro, aveva processato e condannato all’esilio uno dei suoi membri più noti, reo di essersi nutrito di un unicorno femmina in dolce attesa e di aver violato, quindi, la legge internazionale sulla conservazione delle creature magiche.
L’orribile criminale, che adesso vagava nelle terre lontane in cerca di cibo, era infine giunto al loro cospetto. Il suo nome era Gordon, il “gigante famelico.”

«Stiamo celebrando il nostro raccolto con un dolce di mia invenzione! Se ti va, mangiane pure una fetta con noi» gli spiegò gentilmente Maia, incidendo in gran fretta una porzione di torta adeguata alla stazza del suo sgradito ospite.

Gordon ne approfittò e non se lo fece ripetere due volte. Afferrò la grossa fetta offertagli dalla cuoca, tenendola tra pollice e indice, e la inghiottì in un sol boccone.
I contadini rimasero esterrefatti da quel comportamento e ne furono decisamente piccati: la loro tradizione secolare, secondo cui la prima fetta del dolce spettava al giovane che meglio si era distinto durante la raccolta, era stata volgarmente interrotta. Come se non bastasse, adesso, Gordon sbraitava e si lamentava di volere altro cibo, agitato dalla fame che gli faceva brontolare lo stomaco.

«Ancora, ne voglio ancora!»

Nessuno ebbe animo di rispondere. Il gigante si adirò.

«Se le cose stanno così…» disse, inginocchiandosi e piegandosi verso Maia «…faccio da solo!»

Con entrambe le mani, Gordon afferrò l’intero dolce e se lo ficcò in bocca, ingurgitandolo in modo goffo e lasciando che delle briciole insozzate di saliva cadessero sulle teste degli abitanti del villaggio.
Fu allora che Friendmilk, giovane e ardente contadino, che sperava di essere premiato per il suo impegno, perse le staffe e gli andò incontro furioso, dopo essersi pulito.

«Perché l’hai fatto? Quella Torta-vis era di tutti noi, e…» continuò gettando l’occhio a una sconsolata Maia «…rappresenta gli sforzi e la passione di questa cuoca eccezionale! Hai calpestato il suo lavoro in modo ignobile, dovresti vergognarti!»

Gordon fu infastidito da quelle parole, ma ancora intento a leccarsi le dita, sembrò non curarsene troppo. Si ripulì la mano sporca di cioccolato sul fianco della coscia, strofinandosi per bene e lasciando una vistosa macchia scura sul pantalone sgualcito. Poi, all’improvviso, mosse velocemente il braccio verso il basso. Schiacciò Friendmilk. Lo spappolò sul terreno. Zampilli di sangue e piccoli pezzetti di carne e di ossa schizzarono sui presenti, che urlarono in preda all’orrore.
«Ho detto che ne voglio ancora! Ancora!» gridava Gordon, e nel mentre afferrava e stritolava gli altri contadini in fuga, fracassando le loro ossa, strappando le loro gambe con la stessa facilità con cui si strappa un petalo da un fiore, e alla fine scaraventandoli via, privi di vita, a decine di metri di distanza.

Bastarono pochi attimi cruenti, per gettare una comunità da sempre tranquilla nel panico più totale. Attorno al gigante non v’era rimasto altro che morte e distruzione, con i superstiti che s’erano andati a rifugiare nel primo angolino utile.
Allora, Gordon si rese conto che non avrebbe più ottenuto ciò che voleva e decise di cercare Maia. Dopo un paio di tentativi a vuoto, la trovò in una piccola casetta, e con violenza ne sradicò il tetto mandorlato, staccandone un pezzo a morsi.

«Tu! Cuoca! O me ne dai ancora, o giuro che vi ammazzo tutti! Lo voglio! Lo voglio!»

«A-aspetta!» rispose Maia, balbettando in preda al terrore, rannicchiata con le spalle rivolte verso il muro.

«La preparazione del d-dolce s-speciale richiede una… s-settimana di tempo. Se tu potessi as… aspettare senza ucc-uccidere…»

«Una settimana? Diavolo d’una strega!» s’imbestialì il gigante. «E va bene, ma adesso vi sistemo io!»

Gordon gettò via il resto del tetto e tirò fuori una lunga corda dal suo sacco. Dopo aver stanato i pochi sopravvissuti, li legò tutti in un unico nodo stretto, in modo tale che nessuno potesse scappare, e li gettò all’interno della grossa bisaccia, richiudendola sopra le loro teste. Dopodiché, si allontanò per qualche ora.
Immersi nel buio, i contadini sentirono la terra tremare a più riprese, percossa da colpi pesanti e metodici, e quando il gigante assassino ebbe fatto ritorno, e loro poterono uscire allo scoperto, ne conobbero il motivo.

«Ho scavato un fossato qua intorno… farò la guardia, quindi non provate a fuggire. Ci vediamo tra una settimana» disse Gordon.

Il gigante si girò di scatto e si allontanò, andando a sistemarsi oltre la foresta, in cerca di cibo e in attesa di gustare nuovamente la Torta-vis al Supercioccolato.

Fu così che ebbe inizio la schiavitù di Maia e degli altri abitanti. 
Fu così che tutti loro persero la felicità.

Durò vent’anni.


Capitolo I

Era una calda mattina d’Estate.
Vani e Cheesekind, come nei precedenti tre giorni, passeggiavano nei campi di zucchero immersi nelle loro chiacchiere. Ci avevano messo poco a riprendere confidenza con il villaggio, lasciato all’inizio dell’anno scolastico, e adesso erano soliti intrufolarsi nella vita degli adulti, bighellonando qua e là, osservando il ritmo di lavoro frenetico dovuto all’imminente venuta di Gordon. 

«Certo che mi fa andare proprio in bestia!» sbottò Vani.

«Chi? Il signor Gordon?» domandò incuriosito Cheesekind.

«E chi sennò? Decide chi entra, chi esce, viene a prendersi i migliori dolci preparati da mia madre… è borioso e prepotente. Lo odio!»

«Non dire così! Con quelle orecchie enormi, potrebbe sentirti» lo rimproverò Cheesekind, per poi guardarsi intorno preoccupato.

«Che mi sentisse! È la verità! E tu, Cheese? So benissimo che gli porti rispetto solo perché ti lascia usare il ponte. Sei un fifone.»

«Beh, scusa se ci tengo a non morire…» Cheesekind abbassò lo sguardo fino a tenerlo fisso sulle punte delle scarpe, per paura di incorrere nella sua collera.

«Fa’ come vuoi» commentò Vani «non mi aspetto che tu capisca. Comunque andiamo, è quasi l’ora!»

Vani cambiò improvvisamente direzione e accelerò il passo fino al fossato, dove parecchia gente s’era riunita per trasportare la Torta-vis servendosi di tavoli con le ruote. Cheesekind lo seguiva qualche metro più indietro: non era mai riuscito a tenere il passo del suo amico magrolino, guardandogli sempre le calcagna, e ormai era abituato a quell’impulsività che spesso finiva per mettere entrambi nei guai. Ciò nonostante, Vani era la sua dose d’adrenalina, e gli voleva bene.

Dopo essersi fatto largo sgomitando tra la folla, in modo tale da ritrovarsi in prima fila e poter guardare meglio, Cheesekind affiancò Vani.
Qualche minuto dopo, i passi pesanti di Gordon ne anticiparono la comparsa.

«Buongiorno a tutti» disse il gigante con fare autoritario, e tutti gli risposero in coro: «Buongiorno a lei, signore!», fatta eccezione per Vani.

«Signor Gordon» annunciò Maia «anche questa settimana, le offriamo in dono il frutto del nostro duro lavoro. Voglia la sua immensa magnanimità accettare i nostri umili omaggi, nella speranza che siano di suo gradimento com’è sempre stato e come ci auguriamo sempre sarà.»

La cuoca pronunciò il suo discorso cerimoniale a capo chino, mentre gli altri spinsero ancor più avanti la Torta-vis, mostrandola al gigante. Quest’ultimo si piegò e la raccolse in una mano; dopo averla scrutata per qualche istante, se la ficcò interamente in bocca, lasciandosi andare a un gemito di piacere una volta che ebbe finito di masticare con la sua consueta villania.

«Così buona, così buona… ma così piccola… la prossima volta bisogna farne una più grande! Ahah!»

Gordon raccolse la sua roba e si rimise in piedi, guardando i contadini con profonda soddisfazione.
«Alla settimana prossima!» urlò loro deciso, per poi incamminarsi ridacchiando e saltellando, fino a scomparire dalla vista degli abitanti che, nel frattempo, si tennero stretti aspettando che la terra smettesse di tremare.
Appena la sagoma del gigante fu svanita, i sorrisi che avevano indossato per l’occasione scomparvero, lasciando il posto a espressioni tristi e rassegnate, che ciascuno di loro serbava nel cuore da tempo e trascinava con sé rientrando all’interno della propria abitazione.

Solo Vani restò sul posto, paralizzato dalla rabbia. Ogni volta che si allontanava da casa e andava a scuola, il giovane riusciva a disabituarsi alla Grande Venuta del Gigante e a vivere serenamente il proprio tempo, per poi ripiombare puntualmente in quella situazione insopportabile, non appena metteva piede al villaggio per rivedere i propri cari. Del resto, solo ai più giovani era concesso di uscire dai confini durante l’anno scolastico, e tra i pochi fortunati che potevano attraversare il ponte, azionato da Gordon, c’era proprio lui.

In città, nella sua scuola, i compagni di classe gli avevano suggerito di non tornare mai più a casa, e di trovarsi una sistemazione sicura. Ormai era opinione comune che quel gigante non fosse affatto normale: grazie alle proprietà dello zucchero magico, la sua stazza era arrivata a superare quella di tutti gli altri della sua specie, e nessuna forza militare sembrava essere intenzionata a muovergli guerra, a maggior ragione se questa doveva essere fatta per liberare un piccolo villaggio di campagna, lontano decine e decine di miglia dai centri più popolosi del regno. Anzi: la bontà della Torta-vis, unita alla schiavitù di un centinaio di persone, era riuscita a tenere a bada per anni un enorme pericolo ambulante, salvando la vita a milioni di abitanti. Poco importava che lo zucchero magico, e i suoi meravigliosi prodotti derivati, fossero scomparsi dalle tavole più prestigiose di Rugasia: si trattava di un piccolo prezzo da pagare, con la libertà di molti che era stata ottenuta dalla schiavitù di pochi.

«Sei stato sfortunato» gli ripetevano gli altri ragazzi, «sei nato nella famiglia sbagliata.»

Vani non poteva sopportarlo, e spesso reprimeva la rabbia stringendo i pugni fino a provare dolore. Avrebbe voluto colpire qualcosa, o qualcuno. Cheesekind lo vide in questa condizione e gli si avvicinò, poggiandogli una mano sulla spalla per rincuorarlo.

«Non sei stanco? Non siete tutti stanchi?» gli domandò Vani.

«Sì, ma lo sai. Ne abbiamo già parlato. Non c’è nulla che si possa fare... dalle città non arriverà mai nessuno.»

«E quanto altro ancora dobbiamo soffrire? E mia madre? Lo sai che mio padre è…»

«Lo so.»

Smisero di parlare. Vani ripensò a suo padre.
Come il fratello maggiore Friendmilk, anche Friendbutter era stato ucciso da Gordon per capriccio. 
Quindici anni prima, al tempo in cui Maia era incinta, la gravidanza le impediva di lavorare per bene alla preparazione della Torta, affidandola spesso alle cure degli altri abitanti e mandando il gigante su tutte le furie, ogni qualvolta veniva per mangiarla. 
Così, un giorno, dopo aver rigurgitato volontariamente una putrida poltiglia sui poveri contadini, Gordon afferrò colui che riteneva essere il responsabile della corruzione fisica di Maia e lo scaraventò così lontano da renderne invisibile il punto di atterraggio. Da quel momento, la madre di Vani non fu più la stessa. Continuò a lavorare portando su di sé il peso delle vite del villaggio, ma si sentiva vuota. Solo la vista del piccolo neonato, che aveva bisogno di lei, la ridestava dal torpore spirituale nel quale s’era impantanata.

Adesso, però, gli anni erano passati e suo figlio fremeva per aiutarla: «Dobbiamo fare qualcosa, Cheese. Seguimi.»

Vani condusse Cheesekind attraverso il villaggio, rifiutandosi di rispondere a tutti i suoi quesiti; solo quando furono alla porta del laboratorio dolciario della madre, e Cheese ebbe superato l’affanno, si appoggiò con la schiena alla parete di pan di zenzero, pronto a parlare.

«Allora? Si può sapere che intenzioni hai?» gli chiese preoccupato Cheesekind.

«Sai perché i giganti non hanno mai attaccato Rugasia?»

«Perché… non avrebbe senso. Sono in pace con il regno da secoli!»

«Non proprio. Un gigante, pur forte che sia, può essere abbattuto dalle armi umane. Noi siamo in molti, loro in pochi. Ci temono, e anche Gordon, quando è arrivato per la prima volta, era un gigante come gli altri. È stato lo zucchero magico a renderlo ancor più enorme, complicando tutto.»

«Vani, non vorrai…»

«Proprio così. Appena la Torta-vis sarà pronta, io prenderò le chiavi a mia madre e ruberò delle parti dal fondo!»

«Pazzo! E se Gordon dovesse scoprire che qualcuno l’ha toccata? Scommetto che devasterebbe l’intero villaggio pur di ritrovare la fetta scomparsa.»

«Di questo non dobbiamo preoccuparci. La mangerò io, così sarò l’unico responsabile.»

«Ti ucciderà!»

«Sì, ma se dovesse funzionare… tra qualche tempo, potremmo essere noi a uccidere lui.»

«Parli come se abbattere un gigante fosse roba da niente! Vani, ti prego… tuo padre non avrebbe voluto che morissi da stupido.»

«Ma io non morirò. Sta’ tranquillo.»

Calò il silenzio. Cheesekind si arrese alla determinazione dell’amico.

«Giuralo» gli disse. «Giura che andrà tutto bene.»

Vani guardò Cheesekind dritto negli occhi.

«Te lo giuro.»


Capitolo II

«Presto, Cheese, presto!»

Accovacciato sul retro della pasticceria della madre, Vani chiamava a sé il suo complice, per quello che doveva essere un furto rapido e indolore.

Era di nuovo arrivato il giorno della venuta di Gordon. 
Entro qualche ora, i contadini sarebbero andati a prendere il dolce, caricandolo sui tavoli, per portarlo ancora una volta al fossato, seguendo il rito immutato degli ultimi due decenni. Ormai, per chi era nato dopo Gordon, o per chi all’epoca del suo arrivo era solo un bambino, non esisteva una vita che non contemplasse la presenza del mostruoso gigante; lo avevano tutti interiorizzato, accettando quella triste abitudine, e solo Vani, fiero di com’erano morti suo padre e suo zio, voleva continuare a battersi in nome della libertà.

Assicuratosi che nessuno osservasse la porta d’ingresso, il ragazzino girò nella toppa la chiave rubata dalla stanza della madre, e in men che non si dica i due amici fecero irruzione al laboratorio.
La Torta-vis al Supercioccolato, l’oggetto del desiderio del nemico, era alla loro mercé. In tutto il regno, non c'era niente che potesse competere con quel dolce speciale in quanto a sapore. Vani afferrò subito una pala e fece leva, sollevando la torta da un lato; dopodiché, ordinò a Cheesekind di tagliarne una fetta precisa dalla base. L'amico eseguì e gliela porse, non senza remore.

«Ci siamo appena messi nei guai, non è vero?»

«No, Cheese» rispose Vani, soddisfatto delle sue mani ricoperte di cioccolato, «il ciccione non se ne accorgerà mai.»

Mangiò rapidamente la sua porzione e ne fu estasiato. Le sue papille gustative, che pur erano abituate al cibo di città e ad alcuni derivati locali dello zucchero magico, furono travolte da una sensazione nuova, da un tipo di gustosità mai provata prima. Era una torta che sapeva inequivocabilmente di vendetta, impreziosita dal suadente brivido di star indugiando laddove nessuno aveva mai osato spingersi. 
Riprese in mano la pala e sollevò nuovamente il dolce, eccitato da quanto aveva appena sperimentato.

«Cheese, devi mangiarla! Provala, dai!»

Per un attimo, Cheesekind restò immobile. Poi, lentamente, si avvicinò all’amico, coltello alla mano, e incise una fetta anche per sé.

Quando entrambi ebbero finito, uscirono dalla pasticceria con un largo sorriso stampato in volto, correndo a casa per ripulire le ultime tracce di cioccolato e, nel caso di Vani, per restituire la chiave prima che qualcuno se ne accorgesse.

Passarono le ore, e non furono altrettanto serene: Cheesekind era sicuro che Gordon si sarebbe accorto dell’offesa recatagli e che li avrebbe sterminati a uno a uno, mentre Vani rimuginava su quale coltello della madre fosse meglio portare con sé, di nascosto, nel caso in cui fosse stato scoperto e afferrato dal gigante. 
Immerso nei suoi pensieri bellicosi, fu riportato a galla proprio da Maia. La donna bussò due volte alla sua porta con dei colpetti decisi, per avvertirlo, e in seguito entrò nella stanza: «Tesoro, noi stiamo andando. Mi raccomando, oggi. Non cercare di far arrabbiare Gordon.»

«Sì, mamma», rispose Vani, andandole incontro e avvolgendola in un caloroso abbraccio. 

Pochi minuti dopo, i due furono al confine del villaggio, in attesa dell'odiato tiranno. Vani e Cheesekind lanciarono diverse occhiate furtive alla Torta-vis, per controllare un'ultima volta di non aver lasciato tracce, e constatarono con gioia di non averne ravvisata alcuna: nonostante la fretta, erano riusciti a sistemare e ripulire tutto con accortezza, inclusi gli utensili. Adesso erano pronti. Il gigante arrivò.

«Buongiorno a tutti» disse.

«Buongiorno a lei, signore» risposero in coro i contadini, incluso Vani.

Seguirono i consueti e pomposi convenevoli, con Gordon che alla fine afferrò il dolce per intero, affamato, e spalancò la bocca per mangiarlo.
Di colpo, tutti lo videro indugiare con lo sguardo sulla torta, esitante sull'inghiottirla o meno, fino a serrare le labbra con un movimento brusco, lasciando i presenti sbigottiti meno i due colpevoli.

Cheesekind cadde in preda al panico. Possibile che se ne fosse davvero accorto? Possibile che quel rozzo gigante prestasse così attenzione ai dettagli? Le gambe cominciarono a tremargli, la pancia gli doleva, gli occhi gli si inumidirono. Vani se ne preoccupò, anch’egli spaventato e a tratti paralizzato. Con la punta delle dita, riuscì però a tastare più volte il coltello che aveva nascosto sul fianco della coscia, all’interno del pantalone.

«Volevo dirvi» esordì Gordon, rompendo il silenzio, «che presto potrebbero arrivare altri. Ma voi non preoccupatevi. Ci sono io che vi proteggo.»

I contadini restarono di stucco a quell’affermazione. Quali “altri”? E perché Gordon avrebbe dovuto proteggerli, se per anni non era arrivato nessuno in soccorso al villaggio? Per un po’, smisero di prestare attenzione alla consumazione della Torta-vis e si concentrarono inutilmente sul corpo del gigante, in cerca di segni di una recente battaglia. Fu l’agitazione del nemico, ringalluzzito dalla solita bontà del dolce, a ridestare l’attenzione generale.

«Alla prossima settimana» disse loro, per poi allontanarsi a passo veloce.

Cheesekind aspettò che fosse andato via e poi corse verso Vani, infuriato.

«Non farmelo fare mai più!»

«Calmati, Cheese!»

«Ho detto» ribadì Cheesekind con maggiore veemenza «che non voglio saperne più niente. E anche tu non dovresti, se vuoi bene a tua madre!»

Vani non lo ascoltò. Per la prima volta, aveva visto la preoccupazione sul volto di Gordon. Chiunque fosse in arrivo in quelle terre, andava aiutato. E anche se non sapeva ancora bene cosa stesse accadendo, quella notte sognò di piantare un coltello nell’occhio del gigante, dopo che quest’ultimo era stato abbattuto.

Al mattino, si era svegliato felice. 



Capitolo III

Nelle settimane successive, Vani continuò a mangiare di nascosto dal fondo della Torta-vis.
Per ogni morso proibito, e per tutte le volte in cui Gordon non si accorgeva dell’affronto che si stava consumando sotto i suoi occhi, il ragazzino sentiva fermentare dentro di sé una certa soddisfazione personale, e allo stesso tempo il disprezzo per il nemico, ritenuto uno sciocco senza cervello, cresceva inesorabile.

Il desiderio di rivalsa del giovane era poi alimentato da un’evidenza: le condizioni nelle quali il gigante si presentava al villaggio, ricoperto di lividi, tagli, graffi, e con un’espressione stanca che gli svigoriva il viso, significavano guerra. Certo, Gordon si affidava al dolce speciale per recuperare parte delle proprie forze, ma Vani lo vedeva rimpicciolirsi a poco a poco, conscio che la sua strategia cominciava a dare i suoi frutti. Nelle terre al di là della foresta di pini, il tiranno stava combattendo senza sosta una dura battaglia, lottando per la vita come mai aveva fatto prima. Ma contro chi?

L’ipotesi che il governo di Rugasia avesse finalmente deciso di liberarsi dell’oppressore, per mezzo dell’esercito regio o con la collaborazione della tribù dei giganti, non trovava conferme. Quell’estate il villaggio era stato tagliato fuori dal mondo esterno, e non v’era modo di ricevere notizie. Gordon aveva smesso di azionare il ponte, nel mese di Giugno, assicurandosi che tutti gli scolari avessero fatto ritorno a casa, e aveva controllato tutti i testi introdotti al villaggio, autorizzando perlopiù libri di ricette o trattati di agricoltura. Nessuno, di Vani e coetanei, s’era azzardato a nascondere tra le proprie pagine scritti o articoli pericolosi: le notizie salienti sui temi del regno venivano tramandate a voce, di casa in casa, e tutte confermavano l’immobilismo reale nei confronti della loro causa.

Un mattino di fine Agosto, nel giorno della Grande Venuta, accadde qualcosa. 
Apparve una gigantessa, alta quasi quanto Gordon ma di corporatura snella, che correva al di qua della foresta, fendendo l’aria con le gambe possenti, per poi vanificarsi nel verde fitto degli alberi lasciando di stucco i pochi abitanti ch’erano riusciti a scorgerla da lontano. Sulla schiena recava una grossa mazza chiodata, e ancor più importante, aveva dipinto sulla spalla lo stemma della casata reale di Tals, il paese confinante con Rugasia.

Fu una semplice avvisaglia, ma creò delle aspettative. Arrivati al solito orario, il gigante famelico tardò ad arrivare. I contadini lo aspettarono al confine del fossato per ore, cullandosi in un’intima e calda speranza, e quando il sole cominciò a calare dipingendo nel cielo splendidi fasci di luce rosea, s’adoperarono per riportare il dolce all’interno della pasticceria, per poi riunirsi tutti nel piazzale sterrato.

«Non è venuto! Non è venuto!» ripetevano con eccitazione, coinvolgendo anche i pochi che ancora temevano che l’odiato Gordon sarebbe saltato fuori da un momento all’altro.

«È stata quella gigantessa! L’ha fatto fuori!» disse il padre di Cheesekind a Maia, scuotendole il braccio per farla sorridere.

La donna rimase in religioso silenzio. Per ridestarla e renderla partecipe dell’esultanza, tutti le si avvicinarono e l’accerchiarono, e fu allora che Maia prese l’iniziativa e parlò ai suoi compaesani, riportandoli alla cruda realtà.

«State calmi. È vero, Gordon non aveva mai saltato la Torta-vis. Capisco il vostro entusiasmo, e in parte lo condivido…» diceva la cuoca freddamente, e nel mentre Vani guadagnava spazio tra la gente per raggiungerla. «Tuttavia» continuò «non possiamo pensare che sia finita così facilmente. Dovremmo andare a controllare, non trovate? Chi si offre volontario?»

La domanda colse tutti impreparati. Andare fuori dal confine, superare il fossato… ormai nessuno sapeva più con esattezza cosa ci fosse al di là dell’orizzonte, e l’idea di inoltrarsi all’esterno, senza sapere se la furia di Gordon sarebbe stata là ad attenderli o meno, li terrorizzava.

«Andremo noi!» disse Vani, strattonando Cheesekind per portarlo all’attenzione della madre.

«Non dire sciocchezze. Voi?» replicò la madre, indispettita.

«Infatti. Noi?» protestò Cheesekind, divincolandosi dalla presa di Vani.

«Conosciamo la strada meglio di tutti, e siamo quelli che escono più spesso dai confini. Ti prego, mamma, staremo attenti.»

Cheesekind provò a controbattere, ma fu anticipato dall’intervento di Maia: «Non se ne parla nemmeno. E voi altri? Non dite niente? Non manderò i ragazzi a morire!»

«Ma» s’intromise il padre di Cheesekind «se Gordon fosse davvero morto, che differenza farebbe rispetto a quando i ragazzi partono per andare a scuola? E se anche fosse vivo, potrebbero nascondersi più agevolmente di noi, conoscendo meglio le zone esterne.»

«Gurty! Sei forse impazzito?» tuonò Maia. «Che razza di padre manda suo figlio in esplorazione al posto suo?»

«Un padre che ha fiducia nel suo ragazzo» ribatté Gurty, laconico.

Davanti a sé, Maia vide una schiera di persone convinte che quella fosse la soluzione migliore. Vani ne gioì. L’idea che sarebbe stato lui a dare alla madre la notizia della morte di Gordon, e che sarebbe stato lui il primo a poter sputare sul cadavere dell’odiato mostro, l’avrebbe spinto fin da subito a correre a perdifiato attraverso la foresta di pini.
Maia si trovò circondata, e inutilmente scrutò i volti degli adulti cercando consenso. Infine, rassegnata, dettò le sue condizioni: «E sia. Partirete domani, all’alba. Non voglio che andiate in giro di notte, e poi c’è il problema di come superare il fossato.»

«A quello ci ho già pensato io!» rispose Vani, sorprendendola ancora una volta.

Per tutta la notte, i contadini assecondarono le richieste del ragazzino e spogliarono le proprie case, portando al fossato grossi pezzi di mura mandorlate e pan di zenzero, per poi fissarli tra loro con del cioccolato bollente andando a creare una lunga passerella. Vennero le prime luci del giorno, e i due ragazzini attraversarono di corsa il fossato, con la passerella scricchiolante che crollò alle loro spalle qualche attimo dopo, messa a dura prova dai passi di Cheesekind.
Lunghi coltelli ai fianchi, i due avanzarono a passo rapido tra gli alberi, calpestando rami spezzati e foglie secche. In poche ore, furono alla Valle Scarlatta. Vani ci arrivò per primo, con Cheesekind al seguito, e appena la vista fu sgombera da ostacoli, si aprì loro uno scenario di morte.

A terra, sparpagliati nell’ampia distesa di sabbia rossa, giacevano una decina di giganti. Il sangue s’era riversato copioso sul terreno e s’era seccato, creando piccoli stagnetti appiccicosi; le clave e i giganteschi pugnali si distribuivano in ordine sparso attorno ai cadaveri dei loro possessori, e in tutto l’ambiente si respirava un olezzo nauseabondo che né Vani né Cheesekind riuscirono ad arginare, tenendo il collo della maglia alzato.
Cheesekind vomitò.

Ripresosi, avanzarono cautamente, accertandosi che non vi fossero sopravvissuti tra le carcasse, e quando giunsero in fondo alla valle, nei pressi dell’ingresso di una grossa cava ombrosa, videro Gordon strisciare verso l’interno, con una scia di sangue dietro di lui e una testa mozzata poco distante dalla sua mano. Apparteneva alla gigantessa di quella mattina.

«V-voi d-due» li avvertì il gigante, moribondo «p-portatemi… la torta… oppure…»

Non riuscì a completare la frase. Chiuse gli occhi. Si addormentò.
Vani lo scrutò per un attimo e poi scattò verso di lui, arrampicandosi lungo il braccio e raggiungendo la scapola. Dopodiché, tentò la scalata verso il lato scoperto del viso.

«Che diavolo fai?» urlò Cheesekind.

Vani non lo ascoltò. Mormorava tra sé e sé: «Oppure… oppure… oppure…»

Aveva i piedi poggiati sull’occhio del gigante. Estrasse il coltello e glielo piantò nella palpebra chiusa. Gordon non si mosse.

«Oppure cosa? Bastardo! Oppure cosa?» urlò fino a sgolarsi.

Continuò a infilzare a ripetizione il coltello nell’occhio, scavandogli la pelle e il bulbo oculare fino a creare una voragine sprizzante sangue.
Conficcava ed estraeva, conficcava ed estraeva, e così per decine e decine di volte, finché Cheesekind non si decise a salire sul gigante e afferrargli il polso con entrambe le mani, bloccandolo.

«Basta, Vani. Basta! È morto, non vedi? Morto!»

Vani lasciò cadere il coltello. Guardò il gigante sotto di sé, e realizzò ciò che era appena accaduto. Il respiro del mostro era cessato, forse già prima che iniziasse a colpirlo. Si strinse all’amico, e finì col piangere tra le sue braccia.

Ore dopo, furono di ritorno al villaggio.
Prima ancora di percorrere la nuova passerella, preparata dagli abitanti nel mentre della loro impresa, Cheesekind urlò a tutti la lieta novella, e la sua voce riecheggiò in tutti i viottoli travolgendo i contadini di un’ondata di felicità che mai avrebbero creduto possibile. Vani affiancò la madre, e finalmente le loro lacrime di tristezza poterono tramutarsi in gioia.

Alla sera, mentre già pianificavano la ricostruzione delle mura delle case, i contadini vennero raggiunti da alcune truppe dell’esercito di Tals, che subito installarono piattaforme di legno per accedere al villaggio. Maia non vide di buon occhio quegli stranieri, e sembrò quasi voler schiaffeggiare un ufficiale sotto gli occhi di tutti, fermata solo dall’intervento del padre di Cheesekind.
Quando gli animi furono di nuovo pacati, e i grandi ebbero conversato, vinse la gioia. Maia recuperò dalla pasticceria il dolce preparato per Gordon, e lo distribuì a tutti i presenti. Vani sedeva accanto a Cheesekind. I due sentirono gli adulti parlare di un’adesione forzata a un nuovo paese, ma smisero di curarsene quando i toni seriosi della conversazione vennero smorzati dal buon vino portato dai soldati ospiti. Per quella sera non volevano più saperne di preoccupazioni, di oppressione, di doveri da ottemperare; volevano solo godersi la Torta-vis in compagnia.

Vani ne mangiò una fetta, e poi un’altra, e poi un’altra ancora. Si sentiva scoppiare, ma avrebbe continuato a mangiarne all’infinito, fintanto che anche gli altri ci davano dentro. Negli ultimi mesi aveva guadagnato appetito di nascosto, e adesso che sapeva di poter disporre del dolce come più gli aggradava, ne bramava sempre più.

Era la torta più buona che avesse mai mangiato, e lo rendeva famelico.


FINE



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